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Vendemmia

Vendemmia in Calabria a Capo VaticanoLa vendemmia a Capo Vaticano era quasi sempre un rito religiosamente sentito e vissuto, dal quale scaturiva quel profondo senso di gioia che non finiva nello spazio di un giorno, ma che ognuno si portava dentro come un vivo alimento di speranza per tutto l'anno. Era anticamente tutto il territorio coperto di vigneti tanto che ogni “fondo” aveva il suo “Casino” con dentro il proprio palmento. Così vi erano, tanto per ricordarne alcuni, in modo da dare l'idea della vastità dei vigneti, il palmeto di Forgione, quello di Palatari, quello della Macria, quello di Maio, quello del Pantano, quello dei Palazzi quello del Tonicello, quello dei Margi, quello della Torre, quello del Magaru ecc... Il rito aveva inizio il mattino quando gli uomini e le donne si sparpagliavano a raccogliere i grappoli ricchi di chicchi che occhieggiavano sotto i verdi pampini della vite. Con un piccolo paniere al braccio andavano su e giù a versare nei “rivaci” l'uva raccolta, accompagnandosi col canto ora gioioso e scoppiettante delle stornellate, ora lento e greve come una nenia che veniva da antiche civiltà, da un mondo lontano dove ieratiche sacerdotesse offrivano i loro frutti alla divinità e gli uomini erano assimilati agli Dei. Intanto i carri tirati dai buoi portavano al palmento il raccolto dove altri uomini eseguivano il rito della danza a piedi nudi sopra la grande vasca (lettiera) pigiando l'uva che man mano proveniva dai vigneti. Raccolta l' Uva di Calabria inebriati dall'odore del mosto danzavano gli uomini coi volti accaldati e sorridenti e parlavano di caccia, di vino e di raccolto, mentre l'aria limpida e l'animo sereno ossigenava loro il sangue, i pensieri e la vita. Finita la raccolta e la pigiatura, il mosto si lasciava riposare nella vasca grande e poi durante la notte o alle prime ore del mattino si “scapolava” nella “tina” dove si lasciava riposare ancora e poi si raccoglieva nelle botti. Finalmente quando finiva la bollitura, si chiudeva il foro superiore della botte con un tappo di sughero e si sigillava con la calce in modo da non far filtrare alcun filo d'aria. A S. Martino gli amici si riunivano di nuovo e procedevano al rito dell'assaggio praticando un foro nella botte attraverso il quale si spillava il rosso vino.


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