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NATALE UNA VOLTA E IL RITO DELLA MACELLAZIONE DEL MAIALE A CAPO VATICANO DI RICADI
Detto dialettale in Calabria: "Cu si marita è cuntentu nu iornu, cu ammazza u porcu è cuntentu tuttu l' annu" Traduzione in lingua italiana: "Chi si sposa è contento un giorno, chi uccide il maiale è contento tutto l' anno"
Nei giorni precedenti il Natale si sceglievano i pastori e si preparava il presepe. Con l'inizio della novena ogni mattina alle cinque, al tocco della campana, quasi tutti i fedeli si recavano in Chiesa dove cantavano delle lodi finalizzate alla celebrazione di un Natale in allegria. Il giorno della vigilia sin dal primo mattino, le mamme iniziavano a preparare prodotti tipici Calabresi come : friggere le corolle (i curuji) e le zeppole (i zippuli) ed un acre odore di olio fritto si spandeva poco e di magro, ma la sera si consumava una lauta cena ricca di libagioni e di 13 portate.
Nei giorni successivi al Natale, di solito, assieme a tutti i parenti che erano rientrati in paese per le feste, si celebrava anche la festa del maiale. L'intero rito dell'uccisione, della macellazione e della lavorazione delle carni durava tre giorni.
La seconda giornata iniziava con l'insaccatura delle soppressate e delle salsicce. Il terzo giorno era di solito dedicato all'abbuffata della caldaia. Avevano così termine le feste del Natale che erano ancora una volta servite a riunire i parenti vicini e lontani.
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Anticamente la festa del Natale nei villaggi di Ricadi - Capo Vaticano aveva inizio ai primi di Dicembre quando i contadini lasciavano la campagna e rientravano in paese per partecipare alla festa di San Nicola.
A mezzanotte, poi, si andava tutti a Messa per assistere alla nascita del Bambino ed al grande falò che ardeva nella piazza principale.
Alle quattro del mattino del primo giorno si accendeva il fuoco sotto una grande caldaia per preparare l'acqua bollente. Intanto veniva raggiunto il maiale nel porcile e, ben legato, portato sul luogo dove doveva essere scannato. Era questo il momento più tragico e meno piacevole da vedersi di tutto il rito. L'uccisione del porco era avvolta da un'atmosfera di sacralità, eredita forse dalla millenaria cultura greco-romana. Il sangue raccolto veniva subito affidato ad una donna che aveva il compito di rimescolarlo affinché non si coagulasse. Con quel sangue veniva preparato “u sangunazzu” cioè il sanguinaccio seguendo antiche ricette. Il maiale, una volta appeso a testa in giù ad una grossa trave, veniva tagliato a pezzi ed esperti macellai ne iniziavano la lavorazione. Con lo sminuzzamento della carne per le soppressate e quella per le salsicce terminava la prima giornata.